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Un tributo ad Herbert Pagani · info@hp.org.il

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pagina originaria

... Affettuosa rimpatriata col mare, che gli aveva preparato durante quei mesi di assenza nuovi contrafforti di alghe, cuscini di paglia marina sui quali sedersi, riflettere, sognare... Scalò uno di quei promontori ricciuti e percorse lentamente con lo sguardo la prodigiosa messe di macerie domestiche che la risacca aveva sparso per lui sulle spiagge, e che lo chiamavano a perdita d'occhio: ogni colore una voce.

"Il mio Natale" - disse, commosso.

Lo amava, quel paesaggio. Quell'immondezzaio variopinto lo amava più di Venezia o Marrakech, più di Louis Pons, Escher o Piranesi, più dei solai, dei robivecchi, dei souks della sua infanzia. Tutta la storia dell'arte spariva davanti alla realtà di quell'impero del pattume, la sua terra promessa. "Eccomi puntuale" - disse e sorrise alla vista delle cassette piene di reperti che aveva dovuto abbandonare sugli scogli, per mancanza di tempo, alla fine dell'estate e che, per mancanza di amatori, l'aspettavano ancora.

Raggiante come un barbone all'indomani delle Feste, egli si apprestava a soddisfare la sua passione estrema, assoluta: rovistare nelle pattumiere di Nettuno.

Ecco già un fucilino di plastica rossa, con il calcio ferito, 'sbiadito dal tempo... laggiù una scarpa di bambino che la corsa sui marosi invernali aveva ridotto a una specie di fiore, di orchidea minerale che gli mostrava il petalo nero della sua suola, beffardo come una lingua... più lontano-lo scheletro di un camioncino verde mela, e lì accanto, una palletta scoppiata, arancia marziana... laggiù, orrore sublime, uno scarpone da alpinista che lo fissava astioso dai suoi trentasei occhielli d'acciaio, tenendo prigioniera fra le mascelle chiodate una bambolina nuda, cieca, coi capelli di nailon dritti dallo spavento e un bracciiìo alzato al cielo che sembrava chiedere aiuto.

Lui rispose al richiamo. Rispondeva a tutti i richiami. Tutti quelli dell'emozione. Con gesti rapidi, precisi, raccattava, esaminava e buttava senza esitare, dentro o fuori, nel mare o nel suo sacco, secondo criteri a lui solo noti. E avanzava, in quel carneval-carnaio, con la schiena curva, gli occhi accesi, il cuore palpitante, solo, felice, perduto in quell'universo di pneumatici, gambe di tavolo, sedie sgangherate, gabbie d'uccelli sfasciate, manici di scopa, spazzole calve, pettini sdentati, fiori artificiali imbrattati di morchia, sacchetti sventrati, pinne riverse su ciottoli come pipistrelli morti, scatolette che le nebbie salate avevano valutato di ruggine, pantofole fradicie, stivali di gomma butterati di conchiglie, bidoni animaccati, contorti, appiattiti dai ceffoni del mare, carene di barca, pulegge, galleggianti, reti di nailon verde, molle di iììaterasso nelle quali s'erano impigliate farandole inestricabili di stracci, lane, corde, spaghi, nastri e alghe...

Sotto i suoi piedi barattoli di Coca-Cola a centinaia, spugne a migliaia e, dappertutto, fra i ciottoli, occhieggianti dalla sabbia bagnata, frantumi di bottiglia che la golosità del mare aveva trasformato in caramelle opalescenti.

Anch'io addolcito. Anch'io scheggia di vetro smussata dal tempo. Ferisco solo chi mi vuole ad ogni costo frantumare... Si fermò un momento per gustare il paradosso: ecologista della prima ora, eccolo là, a sguazzare allegramente fra i rifiuti di quella società dell'abbondanza e dello spreco che gli aveva ispirato i suoi collages più crudi, le sue liriche più feroci.

"Basta coi messaggi, con gli ultimatum" -- disse. Stanco d'accusare. Voglia di commuovere, di vivere soprattutto, di fasciarsi le piaghe, di riprendere le forze.

Si guardò intorno, cercando sulla spiaggia un oggetto, un segno, un auspicio che gli confermasse che non era un vigliacco, che aveva diritto a un po' di requie.

Esultò. In cima a uno scoglio, un albero sradicato faceva garrire al vento un sacchetto di plastica sfrangiato dalle intemperie; avrebbe potuto essere rosa, blu, nero... e invece era bianco! Un cessate il fuoco. "Qui tutto mi parla, mormorò. P- qui che sono felice. IL qui, in questa merda, che recupero la mia igiene mentale! - gridò.

Belli. Vi trovo belli. Siete dei rottami allegri e io sono un rottame che' cerca la gioia. Mi trovo bene in mezzo a voi. Mi sento a casa mia. Anch'io naufrago di questo secolo. Anch'io spezzato, schiacciato, marcio, arrugginito, fetente, malato, trovo in quel vostro casino di colori un'eco affettuosa al mio casino interiore. Nella vostra solitudine, nel vostro stato di abbandono, il riflesso dei miei abbandoni, subiti o provocati, e delle mie conseguenti solitudini... Voi, laggiù, i bruciati, gli ambigui, gli inclassificabili, siete lo specchio dei miei dubbi, delle mie scelte lasciate in sospeso. Voi, le plastiche, capre espiatorie dell'ecologia, odiate perché indegradabili, la vostra pertinace resistenza agli elementi mi incoraggia a resistere a ogni tentazione di assimilazione, di dissoluzione in una qualsiasi corrente

a fare pulizia nella mia testa, a vedermi dentro più chiaro e a esserlo, una volta per tutte, con gli altri. La vostra sobrietà mi ricorda che una volta avevo sete di rigore. Tutti, esaltate la mia vena assistenziale, accendete la mia fantasia, spegnete le mie angoscie.

Cerco fra di voi le tessere smarrite del mio puzzle interiore. Sono pezzi di me che io raccatto, i pezzi più belli, quelli che avevo gettato nella spazzatura... La parte più bella di ogni uomo è quella che l'uomo getta, perché si accorge che non gli rende. Voi non rendete niente. Siete dunque il mio lusso supremo. Non avete alcun valore. Quindi non avete prezzo. Siete letteralmente... inestimabili. La vostra inutilità è per me la prova massima, capitale: che si può essere amati senza ragione, senza finalità, senza contropartita, così come io vi amo, che si può essere finàlmente assolti, benedetti, salvati, amati per niente, soltanto per amore dell'amore".

Herbert'Pagani

(da "Préhistoire d'Amour" - Romanzo inedito)

 

pagina modificata

... Affettuosa rimpatriata col mare, che gli aveva preparato durante quei mesi di assenza nuovi contrafforti di alghe, cuscini di paglia marina sui quali sedersi, riflettere, sognare... Scalò uno di quei promontori ricciuti e percorse lentamente con lo sguardo la prodigiosa messe di macerie domestiche che la risacca aveva sparso per lui sulle spiagge, e che lo chiamavano a perdita d'occhio: ogni colore una voce.

"Il mio Natale" - disse, commosso.

Lo amava, quel paesaggio. Quell'immondezzaio variopinto lo amava più di Venezia o Marrakech, più di Louis Pons, Escher o Piranesi, più dei solai, dei robivecchi, dei souks della sua infanzia. Tutta la storia dell'arte spariva davanti alla realtà di quell'impero del pattume, la sua terra promessa. "Eccomi puntuale" - disse e sorrise alla vista delle cassette piene di reperti che aveva dovuto abbandonare sugli scogli, per mancanza di tempo, alla fine dell'estate e che, per mancanza di amatori, l'aspettavano ancora.

Raggiante come un barbone all'indomani delle Feste, egli si apprestava a soddisfare la sua passione estrema, assoluta: rovistare nelle pattumiere di Nettuno.

Ecco già un fucilino di plastica rossa, con il calcio ferito, 'sbiadito dal tempo... laggiù una scarpa di bambino che la corsa sui marosi invernali aveva ridotto a una specie di fiore, di orchidea minerale che gli mostrava il petalo nero della sua suola, beffardo come una lingua... più lontano-lo scheletro di un camioncino verde mela, e lì accanto, una palletta scoppiata, arancia marziana... laggiù, orrore sublime, uno scarpone da alpinista che lo fissava astioso dai suoi trentasei occhielli d'acciaio, tenendo prigioniera fra le mascelle chiodate una bambolina nuda, cieca, coi capelli di nailon dritti dallo spavento e un bracciiìo alzato al cielo che sembrava chiedere aiuto.

Lui rispose al richiamo. Rispondeva a tutti i richiami. Tutti quelli dell'emozione. Con gesti rapidi, precisi, raccattava, esaminava e buttava senza esitare, dentro o fuori, nel mare o nel suo sacco, secondo criteri a lui solo noti. E avanzava, in quel carneval-carnaio, con la schiena curva, gli occhi accesi, il cuore palpitante, solo, felice, perduto in quell'universo di pneumatici, gambe di tavolo, sedie sgangherate, gabbie d'uccelli sfasciate, manici di scopa, spazzole calve, pettini sdentati, fiori artificiali imbrattati di morchia, sacchetti sventrati, pinne riverse su ciottoli come pipistrelli morti, scatolette che le nebbie salate avevano valutato di ruggine, pantofole fradicie, stivali di gomma butterati di conchiglie, bidoni animaccati, contorti, appiattiti dai ceffoni del mare, carene di barca, pulegge, galleggianti, reti di nailon verde, molle di iììaterasso nelle quali s'erano impigliate farandole inestricabili di stracci, lane, corde, spaghi, nastri e alghe...

Sotto i suoi piedi barattoli di Coca-Cola a centinaia, spugne a migliaia e, dappertutto, fra i ciottoli, occhieggianti dalla sabbia bagnata, frantumi di bottiglia che la golosità del mare aveva trasformato in caramelle opalescenti.

Anch'io addolcito. Anch'io scheggia di vetro smussata dal tempo. Ferisco solo chi mi vuole ad ogni costo frantumare... Si fermò un momento per gustare il paradosso: ecologista della prima ora, eccolo là, a sguazzare allegramente fra i rifiuti di quella società dell'abbondanza e dello spreco che gli aveva ispirato i suoi collages più crudi, le sue liriche più feroci.

"Basta coi messaggi, con gli ultimatum" -- disse. Stanco d'accusare. Voglia di commuovere, di vivere soprattutto, di fasciarsi le piaghe, di riprendere le forze.

Si guardò intorno, cercando sulla spiaggia un oggetto, un segno, un auspicio che gli confermasse che non era un vigliacco, che aveva diritto a un po' di requie.

Esultò. In cima a uno scoglio, un albero sradicato faceva garrire al vento un sacchetto di plastica sfrangiato dalle intemperie; avrebbe potuto essere rosa, blu, nero... e invece era bianco! Un cessate il fuoco. "Qui tutto mi parla, mormorò. P- qui che sono felice. IL qui, in questa merda, che recupero la mia igiene mentale! - gridò.

Belli. Vi trovo belli. Siete dei rottami allegri e io sono un rottame che' cerca la gioia. Mi trovo bene in mezzo a voi. Mi sento a casa mia. Anch'io naufrago di questo secolo. Anch'io spezzato, schiacciato, marcio, arrugginito, fetente, malato, trovo in quel vostro casino di colori un'eco affettuosa al mio casino interiore. Nella vostra solitudine, nel vostro stato di abbandono, il riflesso dei miei abbandoni, subiti o provocati, e delle mie conseguenti solitudini... Voi, laggiù, i bruciati, gli ambigui, gli inclassificabili, siete lo specchio dei miei dubbi, delle mie scelte lasciate in sospeso. Voi, le plastiche, capre espiatorie dell'ecologia, odiate perché indegradabili, la vostra pertinace resistenza agli elementi mi incoraggia a resistere a ogni tentazione di assimilazione, di dissoluzione in una qualsiasi corrente

a fare pulizia nella mia testa, a vedermi dentro più chiaro e a esserlo, una volta per tutte, con gli altri. La vostra sobrietà mi ricorda che una volta avevo sete di rigore. Tutti, esaltate la mia vena assistenziale, accendete la mia fantasia, spegnete le mie angoscie.

Cerco fra di voi le tessere smarrite del mio puzzle interiore. Sono pezzi di me che io raccatto, i pezzi più belli, quelli che avevo gettato nella spazzatura... La parte più bella di ogni uomo è quella che l'uomo getta, perché si accorge che non gli rende. Voi non rendete niente. Siete dunque il mio lusso supremo. Non avete alcun valore. Quindi non avete prezzo. Siete letteralmente... inestimabili. La vostra inutilità è per me la prova massima, capitale: che si può essere amati senza ragione, senza finalità, senza contropartita, così come io vi amo, che si può essere finàlmente assolti, benedetti, salvati, amati per niente, soltanto per amore dell'amore".

Herbert'Pagani

(da "Préhistoire d'Amour" - Romanzo inedito)

 

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